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Il segreto genovese dell’Invincibile Armada
14 maggio 2017


fabio pozzo

La Juliana andò ad arenarsi in una baia dell'Irlanda nord-occidentale, lungo la Streedagh Strand, nella contea di Sligo. Era una nave varata a Barcellona, di grande capacità, circa 800 tonnellate, che poteva trasportare 350 uomini oltre all'equipaggio e che faceva parte della “squadra di Levante” dell'Invincibile Armada (per gli spagnoli Gran y Felicìsima Armada; furono gli inglesi, per sfottere gli iberici dopo la disfatta a nominarla Invincibile), quella delle unità salpate dal Mediterraneo, in parte requisite in Sicilia dai sudditi di Filippo II. Velieri da trasporto utilizzati nel commercio del grano, che imbarcato sull'isola veniva sbarcato nei porti spagnoli fino ad arrivare a Cadice.

El Gran Designio

La “squadra” delle navi levantiscas si concentrò col resto della flotta a Lisbona, dalla quale poi prese il largo nel maggio 1588 (in realtà riparò a Coruña causa maltempo: da qui ripartirà a luglio) alla volta della Gran Bretagna. Il re di Spagna intendeva sbarcare in Inghilterra per ricondurre Londra, dopo aver disarcionato l'odiata protestante Elisabetta I, nel grembo del cattolicesimo. Non tanto una guerra navale, ma una invasione vera e propria, con l'imbarco nelle Fiandre delle truppe di terra guidate dal duca di Parma Alessandro Fernese. Ma al re El Gran Designio non riuscì.

La prima battaglia tra spagnoli e inglesi avvenne nella Manica, davanti a Plymouth. Non bastò a fermare l'Armada, però, che andò a calare le ancore al largo di Calais, nell'attesa delle truppe di terra. Poi, la flotta britannica attaccò ancora, impiegando i brulotti, i droni dell'epoca: navi senza equipaggio che venivano lanciate contro quelle nemiche, imbottite di esplosivi. Una nuova sconfitta per gli iberici, che decisero - sfumata l'invasione - di riguadagnare la rotta di casa. Non avevano fatto però conto con i venti contrari.

Le rotte dell'Invincibile Armada e della squadra di Levante

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A bordo dell'ammiraglia si decise di tornare in patria non dalla Manica, bloccata dai britannici, ma compiendo il periplo della Gran Bretagna e dell'Irlanda. Quasi 3 mila miglia. Sfortunate, per altro. L'avanzata nel Mare del Nord fu caratterizzata da continue tempeste, nebbia e groppi di vento. Molte navi, già danneggiate, affondarono; l'impresa si concluse disastrosamente (l'Armada rientrerà in Spagna con meno di 4mila dei 7mila marinai inviati, e con solo 9500 dei 19mila soldati).

La fonderia di Genova

Tra le navi che naufragarono lungo le coste irlandesi, c'è appunto la Juliana. Torniamo allora alla baia in cui è affondata, dove sono state riportati alla luce dodici dei suoi cannoni. E da qui, comincia il nostro racconto.

La ricerca storica spesso appassiona più di un noir o di una puntata di CSI. Si mettono insieme i tasselli, fino ad arrivare al quadro generale e - se si è fortunati - alla scoperta. Così è stato per Renato “Gianni” Ridella, archeologo genovese, studioso delle artiglierie prodotte per la Repubblica di Genova e per gli armatori privati, che non ha avuto più pace dopo aver scoperto che nove di quei cannoni avevano una lettera D incisa sul focone. «Era il logo distintivo di Dorino II Gioardi, un artigiano che fondeva cannoni a Genova, con fornace nella zona del Porto Antico e che, perso il sostegno del padre e del cognato, finì poi male. Incapace di gestire al meglio la sua attività, puntò al ribasso per vincere una fornitura di pezzi di artiglieria per la Repubblica e andò in bancarotta. Finì in galera per debiti e morì dietro le sbarre» racconta l'archeologo.


Uno dei cannoni recuperati dal relitto della Juliana

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Le due navi

Prima scoperta, dunque. C'erano cannoni genovesi ad armare l'Invincibile Armada. Ma Ridella non si è fermato qui. Passando al setaccio l'elenco delle navi della “squadra di Levante”, si è imbattuto in un documento che definiva Genova il porto di provenienza di due di quei velieri: la Rata Santa Maria Encoronada e la Trinitad de Scala. La ricerca così è proseguita. «Attraverso la contabilità delle tasse portuali sono arrivato al nome del comandante della prima unità, Gio Maria Ratti, e al luogo in cui fu costruita, Cornigliano».



Altri documenti, nuove immersioni nell'Archivio di Stato di Genova, e Ridella trova anche le registrazioni di imposte portuali a carico della seconda nave, la Santa Trinità, comandata da Giacomo Scala. «Nave meno sfortunata della Santa Maria, perché riesce a tornare in Spagna, a Santander, anche se seriamente danneggiata. Due dei suoi cannoni, con la D di Dorino Gioardi sono oggi esposti nel Museo dell'Esercito a Toledo e, all'aperto vicino al castello, a San Sebastian».



Il corsaro e il carico “coperto”

L'ultimo tassello riporta l'archeologo genovese a Cadice, dove da un relitto di una nave misteriosa, emerso durante i lavori di dragaggio del porto, spuntano altri cannoni. «La nave era la San Giorgio e Sant'Elmo, costruita a Portofino per conto di Pietro Paolo Vassallo, capitanata da Clemente Vassallo e affondata dal corsaro Francis Drake nell'aprile 1587». Già, ma che ci faceva a Cadice? L'ultima pagina è intestata ancora a Dorino II Gioardi. «I cannoni facevano parte di una fornitura prodotta a Genova, pezzi che nell'aprile 1587 furono imbarcati a bordo della S. Giorgio e S. Elmo, destinati all'Invincibile Armada».



La nave portofinese, insomma, stava compiendo una missione coperta per gli spagnoli. E forse a Drake, che si nutriva di spie, il particolare non era sfuggito.

sito ;
http://www.lastampa.it/2017/05/09/societa/mare/il-segreto-genovese-dellinvincibile-armada-wygC9AvLO8KsGDJVLRhxfI/pagina.html

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